Il tramonto della giurisprudenza marittima italiana
A cura di ASLA – l’Associazione degli Studi Legali Associati
di Maurizio Dardani*
Il porto di Genova
Genova – L’Institute of Maritime Law, Southampton Law School, dell’Università di Southampton, ha recentemente pubblicato una rassegna della giurisprudenza inglese per l’anno 2022.
Il lavoro, curato dalle ricercatrici Dr Johanna Hjalmarsson e Dr Meixian Song, offre una panoramica di grandissimo interesse su quanto avvenuto lo scorso anno, nel mondo anglosassone, nell’ambito del diritto marittimo e del diritto del commercio internazionale: la “case law” è dettagliatamente citata e riassunta, con un indice facile da utilizzare, i commenti non sono dottrinali ma chiaramente ispirati ad un intento divulgativo. Il tutto è reperibile in Internet a questo sito.
I temi affrontati sono i più vari. Predomina l’argomento delle sanzioni internazionali e del loro impatto sui contratti di noleggio a tempo e a viaggio. Ma si trovano interessanti decisioni in materia di compravendita di nave, di “marine insurance”, di diritti degli equipaggi. Vi è persino un cospicuo numero di decisioni in materia di Admiralty, tra cui, come scrivono le autrici, spicca “a surprisingly healthy crop of collision decisions”.
Colpisce, nella rassegna, il senso di soddisfazione delle autrici nel poter riferire un tale numero di decisioni, sapendo di offrire ai lettori preziose occasioni di approfondimento dei singoli temi, e possibilità di studio e di conoscenza agli operatori di tutto il mondo.
E in effetti, occorre riconoscere che si tratta di un’impagabile occasione di riflessione per chi ama questa materia e vi dedica tutte le proprie energie intellettuali e lavorative.
Nel nostro Paese, si sono verificati due fenomeni di segno contrario, di cui, purtroppo, non si può essere lieti.
Il primo fenomeno è costituito dalla preferenza totale e incondizionata espressa dagli operatori a favore della giurisdizione e della legge inglese in tutti quegli ambiti nei quali la volontà delle parti può esprimersi e non è limitata da norme imperative e inderogabili.
Si tratta, è vero, di un fenomeno mondiale e non solo italiano, ma il risultato è che sarebbe inutile cercare tra la giurisprudenza italiana degli ultimi venti anni una singola decisione in materia di compravendita di nave, di contratti di noleggio a tempo o a viaggio, di costruzione di nave, e persino di salvataggio. E anche le rare decisioni in materia di sequestro denunciano ormai da tempo la scarsa familiarità dei nostri Tribunali con questo strumento giuridico.
Ma il secondo fenomeno che determina la mancanza di decisioni in ambito marittimo nel nostro Paese è quello che viene comunemente definito come la “riduzione del contenzioso”. Si dirà che questo fenomeno era auspicabile, che in passato c’era un’ipertrofia del contenzioso anche in materia marittima, come avvenuto in altri settori del diritto, in particolare nel diritto del lavoro. Si dirà che tutti dobbiamo remare in questa direzione, favorendo le conciliazioni, le mediazioni, gli accordi stragiudiziali, sfoltendo le aule di giustizia e accelerando, accelerando i tempi dei processi.
Ma la fine del contenzioso determina la fine dello studio tra gli operatori del diritto, relegandolo in ambito universitario.
E questo è un fatto grave perché, come è noto, occorrono generazioni perché in un Paese si creino competenze e capacità importanti, in un determinato ambito del sapere. Questo avviene con la trasmissione delle nozioni di generazione in generazione e mediante lo scambio continuo di opinioni e di incontri, anche e soprattutto nella dialettica delle aule di giustizia.
Ma bastano pochi anni per distruggere tutto.
*Avvocato, Dardani Studio Legale
I commenti dei lettori