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Navi e emissioni zero, faro sui biofuel. L’appello di ong e compagnie marittime: “Vanno utilizzati quelli realmente green”

Questa settimana a Londra importante incontro tecnico dell’Imo su emissioni e combustibili puliti

Alberto Ghiara
Aggiornato alle 1 minuto di lettura

Una nave portacontainer (foto d'archivio)

 (reuters)

Genova – Questa settimana si svolge a Londra il primo dei due incontri preparatori al Comitato Imo del prossimo aprile (Mepc83) in cui si parlerà di costo delle emissioni di carbonio nello shipping e di definizione dei combustibili alternativi. Guy Platten, ceo di Ics (International chamber of shipping, che rappresenta l’80 per cento della flotta mercantile mondiale) ha definito l’incontro preparatorio di questa settimana un “pivotal moment” per l’industria marittima. In questa occasione un gruppo di ong e compagnie marittime, fra cui Transport & Environment, Nabu, Hapag Lloyd, Hoegh, Hurtigruten, Louis Dreyfus, hanno chiesto all’Imo di non inserire fra i combustibili puliti i biofuel prodotti in maniera non sostenibile, come a esempio quelli da olio di palma.

L’appello è tanto più significativo in quanto dal primo gennaio scorso l’Unione europea ha aumentato la quota di crediti di carbonio che le compagnie marittime devono acquistare, che deve corrispondere al 70 per cento delle emissioni prodotte rispetto al 40 per cento del 2024. Questo cambiamento ha già portato le compagnie, marittime ma anche a terra, a applicare pesanti emission surcharge. Per quanto riguarda le compagnie di navi portacontainer secondo gli esperti di Alphaliner in queste prime settimane dell’anno questi sovrapprezzi sono in media raddoppiati. Ad esempio Hapag Lloyd ha applicato un aumento dell’emission surcharge portandolo a 42 dollari per teu (+83 per cento).

Gli armatori chiedono da tempo percorsi condivisi e economicamente sostenibili per realizzare la transizione energetica, puntando sull’Imo come sede per elaborarli in contrapposizione alle iniziative autonome dell’Unione europea. L’appello sui biofuel puliti sottolinea però che anche per le compagnie, o almeno per alcune, gli strumenti da utilizzare devono essere efficaci nel ridurre le emissioni. L’Imo “ha condiviso - afferma l’appello - ambiziosi obiettivi per portare a zero lo shipping nel 2050, ma deve ancora specificare come”. Il timore è che vengano definiti puliti biofuel prodotti da soia o olio di palma, il che ne farebbe schizzare in alto il consumo perché “diventerebbero i fuel più economici fra quelli che rispettano gli standard di basse emissioni”. Tuttavia, “tenuto conto di deforestazione e uso della terra, palma e soia sono da due a tre volte peggio per il clima dei fuel tradizionali”. Diverso il discorso per i biofuel da oli esausti, la cui disponibilità è però più limitata.

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