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Ievoli: “L’Europa può costruire navi. Ma Bruxelles deve ricreare le condizioni e le competenze”

Ievoli ricorda come Mario Monti, quando era Commissario europeo, non volle prorogare i contributi ai cantieri presso cui Marnavi stava costruendo le proprie unità, il che comportò dieci anni di cassa integrazione per i lavoratori

ALBERTO GHIARA
3 minuti di lettura

La compagnia italiana Marnavi torna in Cina alla ricerca di nuove navi dopo le due che nei mesi scorsi ha ordinato presso il cantiere Zhoushan Dashenzhou shipbuilding. Per le due navi già in costruzione la consegna è prevista per fine 2026, principio 2027. Si tratta di unità chimichiere da 13.000 tonnellate dwt con cisterna in acciaio inox, adatte a qualsiasi tipo di carico liquido. Molto richieste dal mercato, tanto che presto ne potrebbero arrivare altre in flotta. Intanto si tratta per una ulteriore opzionata e che potrebbe essere consegnata per metà 2027.

La guerra commerciale avviata da Trump nei confronti della Cina, conflitto che pure in vista di sviluppi ulteriori appare in questo momento sospeso dopo l’accordo di Ginevra, minacciava di avere un impatto sulle navi costruite dai cantieri di Pechino. Domenico Ievoli, presidente di Marnavi, non è però preoccupato: «Per ora - spiega - non c’è ancora niente di deciso. Inoltre le nostre navi verranno utilizzate in Mediterraneo e Nord Europa. Penso che le preoccupazioni finora siano soprattutto ipotesi». C’è inoltre un altro aspetto da considerare: per questo tipo di navi, le alternative alla Cina sono poche. «Per come siamo messi, i cantieri in Europa sono stati cancellati e ormai si è persa la professionalità. Fra i paesi da scegliere per costruire una nave, oltre alla Cina, sono rimasti soltanto Corea del Sud e Giappone».

Domenico Ievoli

 

Ievoli ricorda come Mario Monti, quando era Commissario europeo, non volle prorogare i contributi ai cantieri presso cui Marnavi stava costruendo le proprie unità, il che comportò dieci anni di cassa integrazione per i lavoratori. «Per un certo periodo oltre che in Cina abbiamo ordinato navi per il settore offshore in Turchia. In principio alcune delle navi ordinate in Cina le abbiamo rifiutate perché non raggiungevano gli standard previsti (è ad esempio accaduto dopo il ritardo nella consegna della Rita Ievoli, a cui avrebbe dovuto seguire un’altra costruzione che fu invece cancellata, ndr), ma adesso la professionalità dei cantieri cinesi è migliorata. E oggi anche i cantieri turchi non sono più competitivi rispetto a quelli del Far East». E l’ipotesi del governo Trump di ricominciare a costruire navi negli Stati Uniti è credibile? «Bisognerebbe che il governo americano concedesse ai cantieri contributi molto alti, non credo sia possibile», afferma l’armatore.

Marnavi è una compagnia nata nel 1910, opera con 38 navi nei campi petrolchimico (12 unità), servizi al settore offshore (12 unità), approvvigionamento alimentare delle isole italiane (7 unità) e servizi anti inquinamento (7 unità). La flotta è attiva fra Mediterraneo e Europa settentrionale, per clienti internazionali come a esempio Esso, Shell e Eni, e non è stata quindi interessata dagli sconvolgimenti che stanno interessando lo shipping nel Mar Rosso. Si tratta di un’attività particolare e molto specializzata, che rende la compagnia un caso particolare nell’armamento nazionale e europeo. Oltre al trasporto di rinfuse liquide e al servizio alle piattaforme offshore, infatti, il gruppo comprende anche attività come la ricerca scientifica. Le sue navi sono utilizzate in attività archeologiche. E alcune unità sono destinate a portare prodotti agroalimentari sulle isole, nel segno della continuità territoriale. Per zone afflitte dalla siccità e dalla carenza di acqua, come la Sicilia, è stato sviluppato anche il progetto di un dissalatore marino mobile, cioè una nave che al suo interno trasforma l’acqua del mare in acqua potabile. Insomma, lavorare con marnavi significa avere a che fare con molti mondo diversi fra loro e spesso distanti dalla stessa attività armatoriale.
Intanto, tornando alle attività più tradizionali, alle due navi ordinate se ne aggiungeranno presto altre. «Abbiamo opzioni che stiamo trattando per portare avanti il rinnovo della flotta, per navi cisterna fra 10.000 e 25.000 tonnellate dwt. Inoltre anche per quanto riguarda il settore offshore stiamo pensando di ordinare nuove navi di ultima generazione, diverse da quelle attuali, con tecnologie futuristiche». E qui torna il discorso della cantieristica europea: Ievoli ordinerebbe volentieri nel Vecchio continente se si ricreassero condizioni competitive: «Vedremo se l’Unione europea avrà di nuovo l’idea di sviluppare davvero l’industria navale come negli anni passati, quando noi ordinavamo in cantieri in Italia e Danimarca. Se invece non cambierà niente ci rivolgeremo al Far East». Che cosa sarebbe necessario per sviluppare la nostra cantieristica in quei settori navali che sono andati altrove? «Bisognerebbe dare contributi alla costruzione delle flotte e premi per le demolizioni che rendano possibile costruire in Italia, come si faceva trent’anni fa, invece che mandare i lavoratori in cassa integrazione. Molte professionalità sono andate via, dovremmo recuperarle. In Turchia si continua a costruire, sono più competitivi di noi, anche se meno del Far East. Al principio dovremmo prendere manodopera straniera e addestrare le nuove generazioni». La vostra compagnia esiste da più di un secolo, quali sono oggi i cambiamenti più rilevanti dei mercati? «Non è questione - risponde Domenico Ievoli - di cambiamenti rilevanti. I cambiamenti avvengono giorno per giorno, vanno seguiti». —

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