La partita a scacchi tra Usa e Cina. In palio le materie prime vitali
Nonostante la pausa nella guerra dei dazi, i trasferimenti di terre rare verso Washington sono diminuiti del 93% rispetto allo scorso anno. Soltanto 46 tonnellate. Una chiusura quasi totale
di Matteo Muzio
Un operaio della Jinyuan Company's a Damao
(reuters)Più che a una trattativa o a un accordo, la questione delle terre rare tra Cina e Stati Uniti sembra una partita a scacchi. Facciamo prima un quadro del tema: Pechino è virtualmente il monopolista dei minerali critici (convenzionalmente, si tratta di una serie di diciassette elementi chimici difficili da rinvenire in natura: scandio, ittrio e i cosiddetti lantanoidi, quegli elementi che sulla tavola periodica occupano i numeri dal 57 al 71) per averne fatto scorta nel corso degli anni ’90 e 2000. I dati dell’agenzia internazionale dell’energia parlano chiaro: oltre l’80% della produzione è controllata dalla Cina. Quasi nulla invece è sotto il controllo americano. Il problema è che questi materiali sono cruciali anche per l’industria militare. Una vulnerabilità che si è rivelata plasticamente nel mese di maggio, quando l’export verso gli Usa è stato drasticamente ridotto.
Nonostante la pausa nella guerra dei dazi, i trasferimenti di terre rare verso Washington sono diminuiti del 93% rispetto allo scorso anno. Soltanto 46 tonnellate. Una chiusura quasi totale: la questione è stato al centro delle trattative prima a Ginevra e poi a Londra che hanno portato a una sospensione dei dazi reciproci. C’è però un punto sollevato dagli Stati Uniti che ha messo a rischio tutto e avrebbe potuto portare nuovamente a una rottura: la Cina sottopone le terre rare in uscita a un attento processo burocratico che ne rallenta l’export. Anche per questa ragione un impianto produttivo della Ford ha dovuto sospendere il lavoro il mese scorso per un periodo. Il sospetto dell’amministrazione americana è che Pechino volesse avvantaggiare i suoi produttori di auto elettriche per cui a livello di ritorsione erano stati cancellati i visti degli studenti cinesi, tra i quali sono presenti molti rampolli di alti dirigenti del Partito Comunista. La stessa Xi Mingze, figlia di Xi Jinping, ha studiato ad Harvard. Ed ecco quindi che le trattative a inizio giugno si sono sbloccate, ma sottotraccia gli sforzi del Dragone per rallentare le spedizioni verso lo Zio Sam sono continuati. Il governo di Pechino si sia sforzato in due direzione: nella prima azione, ha semplicemente fatto sì che la burocrazia facesse il suo corso. Lunghe attese per le autorizzazione a consegnare i preziosi carichi di minerale alle aziende occidentali e a volte i giorni passano invano, tanto che le richieste vengono persino respinte in alcuni casi, producendo così una carenza di rifornimenti anche dopo che la tregua economica è stata siglata. D’altro canto, sotto la lente del governo di Xi sono finite anche le persone esperte nell’uso delle terre rare: questi professionisti sono stati tracciati e diffidati dal condividere potenziali segreti produttivi. Soprattutto sull’uso militare dei vari minerali. In questo modo il regime cinese si assicura non solo il controllo delle terre, ma anche di chi le sa utilizzare a dovere.
Maxi-condanne come deterrente
E le punizioni per chi trasgredisce non sono soft: lo scorso settembre un cittadino cinese è stato condannato a undici anni di detenzione per aver divulgato dei segreti a non meglio precisati “interessi stranieri”. La firma di un accordo annunciata il giorno 27 giugno dal segretario al Commercio Howard Lutnick però dovrebbe fare allentare un minimo la tensione tra le due superpotenze. Anche Washington, infatti, ha tentato delle contromisure, sia pure deboli: un funzionario del Dipartimento al Commercio, Jeffrey Kessler ha annunciato ad alcune aziende sudcoreane e giapponesi che potrebbe revocare la licenza per l’uso dei macchinari che servono per fabbricare i chip se questi dovessero venire usati nelle fabbriche basate in Cina. Non è chiaro se però, alla luce del nuovo accordo i cui termini di massima sono stati confermati anche da Pechino, se le misure restrittive rimarranno in piedi. Probabilmente sì, anche perché le restrizioni all’uso militare delle terre rare rimangono in piedi anche con il nuovo patto tra i due stati. Tenuto conto di questo scenario, si spiega anche la ragione per cui il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato che la deadline autoimposta del 9 luglio per la firma di nuovi accordi commerciali verrà spostata in avanti. In attesa di un trattato con il grande rivale che però appare tuttora estremamente difficile da ottenere.
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