In evidenza
Blue Economy
Shipping
Transport
Blog
Strategie

Gli Stati Uniti puntano sulle navi-drone. Obiettivo, contrastare la potenza cinese

Uno dei pilastri per ristabilire la “maritime dominance” degli Stati Uniti sarà la produzione di navi-drone da guerra. Un progetto che il Paese rincorre da diversi anni, ora galvanizzato dagli ultimi ordini esecutivi del presidente Donald Trump

di Alberto Quarati
2 minuti di lettura

Il “Sea Hunter” è una delle quattro navi-drone attualmente in servizio per la Marina militare americana

 

Genova – Uno dei pilastri per ristabilire la “maritime dominance” degli Stati Uniti sarà la produzione di navi-drone da guerra. Un progetto che il Paese rincorre da diversi anni, galvanizzato dagli ultimi ordini esecutivi del presidente Donald Trump, che hanno ridato linfa a numerose aziende e start up che operano in questo settore.

La Marina militare Usa ha in progetto 381 unità da guerra con equipaggio a bordo, e 134 navi-drone: l’obiettivo è quello di parificare i conti con la Cina, Paese nei confronti del quale da tempo si parla di un possibile conflitto, per che motivi geografici sarebbe giocato in mare.

Un ambiente nel quale, in questo momento, non ci sarebbe storia, visto che il Dragone è il primo costruttore navale al mondo. Gli Stati Uniti, come noto, puntano a colmare il gap, e in questo senso la costruzione di navi-drone è fondamentale.

Al di là dell’evidente risparmio sul personale con tutti i rischi connessi a una missione militare, queste unità costano meno rispetto a un mezzo classico e possono essere prodotte a decine nel corso di un singolo anno.

L’Ucraina ha già dimostrato che nel Mar Nero la tecnologia delle navi-drone può produrre seri danni a un soggetto come la flotta russa sul Mar Nero, compensando la differenza di forze marittime in campo tra Kiev e Mosca. Un ragionamento simile è ora condotto, su vasta scala, da parte degli Stati Uniti. Ecco perché la recente acquisizione da parte della società di settore Saronic di un mega-cantiere in Louisiana per la produzione di navi-drone in serie, così come la raccolta fondi da 14 milioni da parte della Blue Water, start up di ingegneri ed ex membri della Navy che sta studiando la nave-drone a lunga distanza (perché uno dei problemi che si pone oggi per queste unità è proprio quello dell'autonomia, e i razzi cinesi hanno una gittata da quasi 4.000 chilometri). In questo contesto Fincantieri potrebbe presto giocare un ruolo di punta, anche alla luce del recente documento emesso dalla Casa Bianca in occasione della visita della premier Giorgia Meloni in Usa, in cui si dice che «l’Italia contribuirà alla rinascita marittima del settore cantieristico statunitense». Già nel 2020 il gruppo aveva ricevuto (insieme ad altre cinque società americane del settore) un finanziamento da sette milioni di dollari per sviluppare nei suoi stabilimenti Usa navi-drone di grandi dimensioni (Large Unmanned Surface Vessel, Lusv) mentre la produzione futura potrebbe includere anche altro: imbarcazioni da lavoro strategiche specializzate, allineate alla Strategia per la Sicurezza nazionale degli Usa, come le rompighiaccio.

Fincantieri sta ampliando la sua capacità di riparazione navale e collaudo post-costruzione a Jacksonville, in Florida. È già in corso un programma pilota con l’Università del Michigan per formare nuove generazioni di ingegneri navali, iniziando a creare collegamenti accademici.

Il gruppo inoltre sta espandendo il suo polo di tecnologia navale e startup nella Bay Area, a Los Angeles, in Texas e in Florida, concentrandosi su sistemi e sottosistemi di nuova generazione per applicazioni commerciali e militari. —

I commenti dei lettori