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L’azienda corteggiata da Fincantieri

Tkms, il colosso ha il fiato corto: “Ora ci serve un cantiere in più”

Il piano Readiness 2030 della Commissione europea - più noto come RearmEu - porterà alla necessità di rafforzare la capacità produttiva dei cantieri navali europei. Un’esigenza particolarmente sentita in Germania

di Alberto Quarati
2 minuti di lettura

Il cantiere di Kiel della Thyssenkrupp Marine Systems (Tkms)

 

Genova – Il piano Readiness 2030 della Commissione europea - più noto come RearmEu - porterà alla necessità di rafforzare la capacità produttiva dei cantieri navali europei. Un’esigenza particolarmente sentita in Germania, dove la divisione navale del gruppo siderurgico ThyssenKrupp è alla ricerca di partner in tutta Europa, perché già oggi i nuovi ordini di sottomarini spingono questi cantieri verso la piena capacità. Thyssenkrupp Marine Systems (Tkms), che è il più grande costruttore navale tedesco, ha annunciato la scorsa settimana di aver ricevuto l’ordine, da parte di Singapore, per la costruzione altri due sottomarini Tipo 218SG, portando il totale a sei.

Questo significa che i due cantieri di Tkms funzioneranno quasi a piena capacità fino al 2040, proprio mentre l’Europa punta ad aumentare la spesa per la difesa. «Stiamo lavorando per trovare partner e opzioni per il consolidamento - ha dichiarato giovedì in un’intervista l’ad di Tkms, Oliver Burkhard -. C’è uno squilibrio nell’uso della capacità in tutta Europa e dobbiamo pensare in termini europei». Nei fatti, spiega Burkhard, all’azienda servirebbe un sito produttivo in più.

Pur essendo uno dei principali costruttori navali militari in Europa, Tkms è da tempo frenata dalla carenza di investimenti da parte della casa madre, che anzi da tempo l’ha messa sul mercato.

I passati sforzi di consolidamento si sono arenati anche a causa della riluttanza di Berlino a cedere il controllo sulla tecnologia sottomarina dell’azienda, considerata una risorsa nazionale strategica.

Come noto, Fincantieri ha espresso il suo interesse per un eventuale ingresso nell’azionariato. Il gruppo italiano è partner commerciale di Tkms da quasi 30 anni, e il mese scorso ha stretto un accordo di collaborazione industriale insieme ai tedeschi per potenziare i sommergibili della Marina delle Filippine. Tra l’altro, proprio in occasione dei conti trimestrali, ieri Folgiero ha sottolineato sia la necessità di un ampliamento della capacità produttiva (Stati Uniti, Romania, Vietnam) sia la strategicità «del nuovo segmento underwater» che «rappresenta un passo fondamentale nella nostra evoluzione industriale. Siamo entrati in un dominio strategico ad altissima complessità tecnologica, dove la capacità di integrare sistemi avanzati e sviluppare soluzioni dual-use sarà determinante per la competitività europea e la sicurezza nazionale». Lo scorso anno sfumò la trattativa fra Thyssen e il fondo statunitense Carlyle per cedere Tkms (il piano prevedeva anche l’ingresso dell’Istituto tedesco di credito per la Ricostruzione, il KfW) mentre a fine anno si sono riaffacciati Luerssen e Rheinmetall, azienda quest’ultima che condivide con Leonardo una joint venture sulla fabbricazione dei mezzi di terra, che tra l’altro ha sede alla Spezia. La Fincantieri non ha mai fatto mistero del proprio interesse per Tkms, ma l’ingresso di azionisti stranieri, benché affini come il gruppo italiano, è un boccone difficile da digerire per la politica tedesca.

Il nuovo governo di Friedrich Merz si è insediato la scorsa settimana: l’ipotesi è che il dossier Tkms possa essere ripreso dopo l’estate, mentre da parte italiana c’è l’auspicio che la passata carriera nel settore privato del nuovo cancelliere lo possa rendere più propenso verso soluzioni in grado di sposare le opportunità del mercato pur salvaguardando l’interesse nazionale.

Del resto, si prevede che la spesa navale tedesca aumenterà significativamente dopo che il Bundestag ha modificato le regole sul debito per consentire investimenti militari potenzialmente illimitati.

Ulteriore urgenza è emersa dopo che il vicepresidente Usa J.D. Vance ha messo in dubbio l’alleanza transatlantica, sollevando preoccupazioni sul ruolo centrale degli Stati Uniti nella protezione di vie d’acqua chiave come il Mar Baltico, dove la Russia mantiene importanti basi navali. —

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