«Marittimi, qualcuno fermi la discriminazione» / IL CASO
Genova - La questione dei lavoratori del diporto è nata dopo che la legislazione italiana ha adottato, con numerose aggiunte, quanto previsto dagli emendamenti di Manila della convenzione internazionale Stcw.
Alberto Ghiara
Genova - Molti lavoratori italiani delle piccole imbarcazioni da diporto stanno perdendo la loro abilitazione internazionale come conseguenza del decreto sui titoli marittimi emanato lo scorso marzo. E’ una delle numerose tegole di cui si lamentano i marittimi italiani, che da qualche anno stanno cercando di risolvere i propri problemi, anche se spesso presentandosi in ordine sparso, un po’ come avviene anche nel settore dell’autotrasporto.
Dei problemi della categoria si stanno occupando diverse associazioni, che operano accanto alle sigle sindacali, anche se la loro consistenza numerica è difficilmente verificabile. Fra le più attive, la Cosmar (presidente Giorgio Blandina), il Coordinamento 3 Ottobre (coordinato da Luigi Scotto, che ha indetto una manifestazione a Roma per il prossimo 15 novembre) e il Collegio nazionale capitani di Lungo Corso e Macchina (presidente Giovanni Lettich).
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La questione dei lavoratori del diporto è nata dopo che la legislazione italiana ha adottato, con numerose aggiunte, quanto previsto dagli emendamenti di Manila della convenzione internazionale Stcw. Dallo scorso primo marzo i marittimi, che negli ultimi anni hanno lavorato su imbarcazioni sotto i 24 metri o le 80 tonnellate gt e a cui scade il titolo professionale, possono ottenere soltanto un certificato nazionale (Imo Diporto) e non, come in passato, quello internazionale (Imo Traffico). L’assegnazione di quest’ultimo può essere ottenuto, ma dopo una valutazione caso per caso. Il certificato nazionale non consente loro di lavorare sotto bandiera straniera (tranne quella inglese, per la quale c’è un accordo di riconoscimento reciproco) o in porti esteri, come ad esempio quelli spagnoli.
Questo, come denunciano alcuni lavoratori, crea anche discriminazioni fra i marittimi del diporto che hanno rinnovato il titolo fino al 28 febbraio scorso, a cui è stato rinnovato il titolo riconosciuto a livello internazionale, e quelli il cui certificato è scaduto dopo l’entrata in vigore del decreto. E soprattutto, come viene fatto notare, si tratta di misure adottate dall’Italia in maniera autonoma e che non sono imposte dalla normativa Stcw.
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