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Croce all’attacco per riprendersi lo Yacht Club

Genova - “In calce al primo statuto del nostro Club c’è una frase che recita: per tutto quello non previsto dal presente statuto si deve intendere un agire secondo le più alte tradizioni del vivere civile e le migliori virtù marinare… Oggi mi sento ferito proprio da questa frase»

Fabio Pozzo
3 minuti di lettura
primopiano 

Genova - “In calce al primo statuto del nostro Club c’è una frase che recita: per tutto quello non previsto dal presente statuto si deve intendere un agire secondo le più alte tradizioni del vivere civile e le migliori virtù marinare… Oggi mi sento ferito proprio da questa frase, perché ho vissuto ore e giorni con, intorno a me, il prevalere di visioni difformi e addirittura opposte…”. E ancora, più avanti: “Credo sia essenziale mantenere alte le difese di quelle consuetudini che ne costituiscono le norme fondanti…».

Così la lettera che era stata inviata dal presidente uscente dello Yacht Club Italiano Carlo Croce ai soci - 1.100 circa - il 4 aprile scorso, a rivoluzione avvenuta. Faceva riferimento alle consuetudini, termine e valenza giuridica sui quali ruota di fatto la guerra dello Yacht Club Italiano, uno dei più antichi del Mediterraneo, istituzione di Genova, oggi in piena mareggiata, perchè diviso al suo interno.

Riavvolgiamo la pellicola. Scaduto il mandato dello storico (dal 1997) presidente Carlo Croce, nel marzo scorso i soci dello yacht club erano andati a elezioni per il rinnovo dei vertici del sodalizio. Prima ancora che le urne si aprissero, a dire il vero, si era delineata una contrapposizione interna tra due gruppi distinti, tanto che era entrata di scena la diplomazia: l’attuale presidente Nico Reggio aveva proposto a Carlo Croce la presidenza onoraria («Anche la nomina di commodoro a vita» rivela oggi), per evitare lo scontro. La proposta era stata rifiutata. Si dice, ma l’interessato non conferma, che c’era stato anche il tentativo di puntare sul vicepresidente uscente Antonio Cairo quale presidente di garanzia, per evitare la spaccatura. Ma anche questa soluzione non aveva avuto corso: Cairo sarebbe stato un presidente di minoranza, dunque con le mani legate. Così, si è andati ad elezioni.

Croce era stato il più votato, ma non come in passato con distacchi bulgari rispetto agli inseguitori; soprattutto, si erano delineati contorni e forza del gruppo a lui contrapposto. Avevano fatto seguito la composizione della direzione generale, formata dai quindici soci (dei 21 candidati) che avevano ricevuto il numero maggiore di consensi, quindi la nomina dell’ufficio di presidenza. Il vertice, insomma.

Era stato Cairo a chiedere la votazione per alzata di mano del presidente, in seno alla direzione generale. Ora, va detto che Croce e i sei membri di direzione che erano schierati al suo fianco (Giovanna Bianchi Risso, Antonio Cairo, Anna De Mari, Chicco Isenburg, Luigi Monaco Di Arianello, Filippo Pastorini Varini; oggi, però, sono rimasti in cinque: si è sfilato Monaco) si rifacevano alla consuetudine che aveva visto negli anni precedenti nominare presidente colui che aveva ricevuto più voti nella prima tornata elettorale, aperta a tutti i soci del Club. Ci contavano.

Ciò però non è avvenuto. Qualcuno ipotizza che possa anche aver influito su tale scenario qualche sassolino rimasto nella scarpa di un ex presidente, altri parlano più semplicemente di «volontà di cambiamento». Sta di fatto che la contrapposizione interna è stata sancita da un 8-7: i numeri hanno dato ragione al gruppo che ha espresso l’attuale presidente Nico Reggio. Da qui, la ritirata sull’Aventino di Croce e dei suoi fedelissimi, che si sono dimessi in blocco dalla direzione generale.

“Mentre ti ringrazio della fiducia che hai riposto in me, mi sento in dovere di chiederti scusa per aver rinunciato alla designazione, dispiaciuto di una azione così lontana dalla sobrietà e consuetudine del nostro gruppo di lavoro...” scriveva l’ex presidente nella lettera ai soci del 4 aprile.

Sembrava finita qui. Invece, no. Mentre Reggio ha convocato una assemblea ordinaria per il 6 giugno e si prepara a dare il benvenuto ai nuovi sette membri della direzione generale, che andranno a sostituire entro fine giugno i dimissionari, Croce ha riacceso le polveri. Forse, mai bagnate.

Il suo gruppo ha raccolto le firme di 50 soci, tanti ne impone lo statuto del Club (l’ultima verifica era ferma a quota 204; vi sarebbero altre firme depositate, ancora da vidimare, tanto da far salire il numero a 240/250) per fare richiesta di assemblea straordinaria. Con un unico punto all’ordine del giorno: revoca della direzione generale, quindi dell’ufficio di presidenza. In pratica, un bel reset, così da annullare e rifare le elezioni della direzione generale. Con quale motivazione? Non sarebbe stata rispettata la consuetudine ultrasecolare (1880, la fondazione ) del club, che riserva al socio più votato la presidenza.

Sono in corso, ora, altre manovre diplomatiche. Sul fronte Croce è attivo Carlo de Thierry, su quello opposto c’è lo stesso presidente Reggio, considerato tra i più moderati del suo gruppo. Tre soluzioni possibili: dimissioni dei vertici in carica; Reggio respinge la richiesta di assemblea, oppure l’accoglie, col rischio che sia messa ai voti la revoca (conterebbero, nel caso, le mani alzate dei presenti all’assemblea e le deleghe).

Reggio non si sottrae. «Per quale ragione dovrei chiedere ai membri di direzione di dimettersi? E ai sette nuovi in arrivo come lo motiverei?». Soluzione due. «Non posso respingere la richiesta, perché è prevista dallo statuto». Soluzione tre. «L’assemblea straordinaria può essere richiesta con una motivazione valida. La revoca dell’ufficio di presidenza a nostro avviso non lo è. Almeno, così formulata. Abbiamo chiesto chiarimenti a de Thierry».

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