«Caporalato ai cantieri del lusso»

La Spezia - Pagati quattro euro l’ora, costretti con la forza a turni massacranti, minacciati di stupro. La nuova frontiera del caporalato è ben lontana dai campi di pomodori di Gomorra

di Tiziano Ivani

La Spezia - Pagati quattro euro l’ora, costretti con la forza a turni massacranti, minacciati di stupro. La nuova frontiera del caporalato è ben lontana dai campi di pomodori di Gomorra e ha i colori scintillanti di panfili da milioni di euro. Un mondo dalla superficie dorata, ma che sotto gli scafi di imbarcazioni di lusso nasconde storie di sofferenza. Di operai, immigrati e in «estremo stato di bisogno», obbligati a lavorare anche 400 ore al mese, senza ferie, con la febbre alta, violando i protocolli anti-coronavirus.

Impiegati in attività pesanti, come la saldatura di super yacht. La paga, anche se molto bassa, non veniva incassata neppure totalmente: per mantenere il posto, i dipendenti prelevavano parte del contante accreditato sui conti correnti e lo riconsegnavano ai caporali. L’inchiesta della Procura della Spezia - che ieri ha portato all’arresto di otto persone, di cui una soltanto ai domiciliari - squarcia il velo sulla realtà dei cantieri dei mega yacht. Gli investigatori della Guardia di finanza, coordinati dal procuratore capo Antonio Patrono, hanno puntato il faro sulla Gs Painting, società con 150 dipendenti, per la maggior parte provenienti dal Bangladesh, che lavora in subappalto nei principali cantieri dello Spezzino e della parte alta della Toscana (San Lorenzo spa, Baglietto e Nuovi Cantieri Apuania di Carrara, tutti completamente estranei ai fatti), ma anche «nel cantiere Genova bacino», come certifica una conversazione intercettata nel febbraio scorso su cui i finanzieri devono ancora compiere approfondimenti.

Nelle carte dell’inchiesta, gli inquirenti descrivono un’associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro guidata da Mahmud Bin Rauf, 36 anni, bengalese, al vertice della Gs Painting, da ieri in carcere. Nell’ordinanza d’arresto è definito come «colui che assolda le giovani maestranze di origini bengalese costringendole a condizioni di lavoro subumane, caratterizzate da turni massacranti, paghe al di sotto di quelle previste dal contratto nazionale, nonché vessazioni di ogni genere: minacce, violenze fisiche e psicologiche, intimidazioni e ricatti, esercitati direttamente o tramite un gruppo di fidati connazionali»Secondo la ricostruzione dei finanzieri, guidati dal maggiore Luigi Mennella, l’uomo si avvaleva anche di Diego Pasca (ai domiciliari), consulente del lavoro di Ancona che creava «buste paga ad hoc» in cui venivano indicati fittiziamente ferie, permessi e indennità varie.

Tra le numerose conversazioni intercettate ce n’è una di un lavoratore che nel marzo 2020, in piena emergenza Covid, comunica al capo cantiere la propria assenza dal lavoro per motivi di salute: «Sono a casa, sto male, tanta influenza, non mi sento niente bene». La replica del caporale però è dura: «Malato? Vieni, intanto vieni».

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