«Lascio Genova senza rimpianti: grande porto, città senza visione» / INTERVISTA
Genova - Merlo: «Hennebique e aeroporto le sconfitte più grandi. In futuro più spazio alle alleanze fra big e imprenditori locali». Oggi Delrio a Palazzo San Giorgio per la nomina del commissario, l’ammiraglio Pettorino.
Francesco Ferrari
Genova - «Come vivo questo momento? Sono sensazioni contrastanti, non so quale prevalga. Questa città mi ha accolto e mi ha permesso di governare il primo porto d’Italia: per questo le sarò sempre grato». E così per Luigi Merlo il giorno dell’addio (il più lungo della storia dell’Authority) è arrivato davvero. Prima il saluto ai dipendenti, poi quello ai collaboratori più fidati, infine gli ultimi cassetti da svuotare prima di raggiungere la casa in Riviera.
Oggi il ministro Delrio, a Palazzo San Giorgio, passerà il timone dell’Authority nelle mani del commissario, quasi certamente l’ammiraglio Giovanni Pettorino. «Otto anni di storia che sarà impossibile dimenticare», dice Merlo.
Quasi otto anni, per la precisione.
«Diciamo otto da quando mi sono lanciato in quest’avventura, senza paracadute. Oggi non mi resta che guardare al futuro, anche se non so qual è. Ma qui, a Palazzo, lascio un pezzo di cuore. Senza rimpianti».
In molti si chiedono: perché lasciare l’incarico a soli due mesi dalla scadenza?
«Quando mi è stato chiesto di rimanere l’ho fatto solo per il bene del porto. Ma da quel giorno la situazione è precipitata. Io ero abituato al confronto, allo scambio di idee. Invece, da parte della giunta regionale, è iniziato uno stillicidio politico che non ha mai lasciato spazio al dibattito. E poi la Regione ha fatto scelte legittime sul piano politico, ma in netto contrasto con le strategie dell’Autorità portuale e del governo: è intervenuta sull’aeroporto, ha incontrato armatori… tutto senza una visione. Ne ho preso atto e ho capito che due modi di lavorare così lontani non potevano convivere. Avrei potuto replicare alle polemiche con altre polemiche, ma in questo modo avrei creato solo confusione istituzionale. È andata così, pazienza. Sarò comunque contento di salutare Toti domani (oggi, ndr) a Palazzo San Giorgio».
Toti è stato il primo a chiederle di restare in porto, dopo la sconfitta di sua moglie alle elezioni regionali.
«È vero. Ma per andare d’accordo è necessaria una fiducia fra enti che non c’è stata. Sono arrivati a mettere in giro la voce di una mia candidatura come consigliere di Filse, una cosa fuori dal mondo. Secondo lei si poteva parlare di fiducia?».
Se tornasse indietro annuncerebbe con così tanto anticipo le dimissioni? Rifarebbe quella scelta?
«Certo che sì. È stata una scelta di onestà e correttezza. Purtroppo qualcuno l’ha usata strumentalmente. È uno dei grandi limiti di Genova: altre comunità, penso a Savona e La Spezia, nei momenti difficili fanno quadrato. Qui si preferisce lo scontro personale».
Lo scontro c’è stato anche con esponenti del Pd, il suo partito. Quello fra lei e Cofferati è stato clamoroso.
«Guardi, non posso certo negare di appartenere al Partito Democratico. Ma alla mia autonomia non ho mai rinunciato. Pensi che poco fa, riordinando le mie cose, ho trovato in un cassetto un volantino del “circolo Pd del porto” contro di me, quando feci la gara per l’articolo 17. Tornando alla sua domanda, le confesso che mi ha ferito vedere che nel partito c’era qualcuno che stava usando strumentalmente la mia posizione. Uno come Cofferati, poi, che in porto non lo aveva mai visto nessuno... E pensare che, per non danneggiarlo, rinunciai a candidarmi alle Europee».
Vi siete mai chiariti, dopo quello scontro?
«Mai. Ma va bene così: ognuno ha il suo stile, io al mio non rinuncio».
Anche con Lorenzo Forcieri, suo collega di porto e di partito, non sono mancate le liti.
«Verissimo, ma con Forcieri c’è sempre stata stima reciproca. Abbiamo litigato, alzato un po’ troppo i toni forse, ma tutto è sempre finito lì».
Torniamo alla sua esperienza in porto. Lascia qualche dossier aperto…
«Ne lascio due: l’aeroporto e l’Hennebique. Le considero due sfide perse, da me e dalla città. L’aeroporto è un caso paradigmatico: quando ci fu il passaggio dal Cap all’Autorità portuale tutto fu privatizzato, tranne il “Colombo”. Ma non è pensabile che Authority e Camera di commercio finanzino i voli low cost: ci vuole un salto di qualità. Purtroppo esistono patti parasociali che consentono a chi detiene il 20% delle quote di contare come se avesse il 60%. Io credo che questa sia una sconfitta per tutti, ma invito la città a una riflessione: il Gaslini è penalizzato, l’Università è penalizzata, il teatro Carlo Felice è penalizzato... Vogliamo capire perché? Forse perché la città è schiava di schemi superati, o no?».
Quali schemi?
«Quelli della conservazione, di una visione che punta a non cambiare mai le cose. Anche dal punto di vista dei rapporti sindacali. Una delle prime cose che potrà fare il commissario, finalmente, sarà la gara per i bacini di carenaggio. Ma come ci siamo arrivati? Attraverso un percorso lunghissimo. In otto anni ho avuto più di 540 incontri sindacali. Se non li avessi affrontati, la pace sociale sarebbe saltata».
A proposito di lavoro: quale situazione lascia in porto?
«La compagnia Pietro Chiesa è precipitata in una crisi di mercato senza precedenti, ma sono convinto che la comunità portuale possa farsi carico dei lavoratori in esubero. Poi, certo, bisognerà capire cosa resterà della compagnia e del terminal rinfuse. Per la Culmv, invece, il tema è nazionale: i problemi si risolvono a Roma, non nei singoli porti. La sensibilità del governo c’è, ma adesso va elaborata una proposta».
Parliamo di opere: il terminal di Calata Bettolo sarà consegnato in ritardo.
«Il terminal, così come doveva essere realizzato, è pronto al 93%. Nel frattempo c’è stata una riconsiderazione dell’opera, che era concepita per navi da 4.000 teu e che invece dovrà accogliere quelle da 19.000. La progettazione per il nuovo layout sarà consegnata a marzo. Bettolo sarà un terminal importante per due motivi: perché accoglierà, come Psa a Pra’-Voltri, le navi di nuova generazione e perché garantirà la presenza a Genova di Msc. È auspicabile che ci sia un’evoluzione, in questo senso, un po’ come è avvenuto fra Gmt e Steinweg: grandi player internazionali che si alleano con soggetti locali. In passato, sbagliando, queste operazioni sono state osteggiate. Ma questo è un cambiamento genetico vitale per il futuro del porto».
Anche i lavori fra i moli Ronco e Canepa finiranno decisamente oltre le attese. L’opera doveva essere completata nel 2014.
«È una vicenda già chiarita nell’ultimo comitato portuale. Sono consapevole dell’importanza di quel riempimento, ma purtroppo l’azienda che stava facendo i lavori, Coopsette, è fallita. Adesso i nostri uffici stanno verificando se la società che era in “ati” con Coopsette, Icam, può subentrare o no. Se la cosa non fosse possibile, sarà obbligatorio indire una nuova gara. Purtroppo molte aziende sono fallite nel settore delle costruzioni, e non solo: abbiamo avuto un caso simile nei lavori di elettrificazione delle banchine. Per quanto riguarda il terminal Messina, nel Pot abbiamo previsto un percorso che colleghi le due parti della concessione. Nel 2016 il riempimento sarà, comunque, un intervento prioritario».
Un altro capitolo non semplice del suo doppio mandato è stato quello della Darsena nautica.
«Io ho una mia idea: se Genova non vuole perdere il Salone Nautico serve una gestione neutrale. Oggi Ucina non può garantirla, perché non rappresenta più tutto il settore. Vede, lei mi parlava di opere portuali in ritardo: è vero, ma almeno quelle opere sono partite. Il dramma della città sono i progetti mai avviati. Il caso di Ponte Parodi è emblematico. Nel 2016 finiranno i lavori di cinturazione, ma dopo? Perché non si sta pensando di portare lì funzioni attraenti? A quel punto, per esempio, Porto Antico potrebbe davvero assorbire la Fiera. Ecco, ci vorrebbe una visione».
In questo momento la città non ce l’ha?
«Sono anni che l’ha persa. Ma attenzione: se continua così, prima o poi arriva la tempesta perfetta».
Neppure il Blue Print è riuscito a mettere tutti d’accordo.
«Quelli che mi accusano di non avere voluto il confronto, i circoli, sono i primi a non averlo voluto. Sa cosa mi hanno risposto? “Il progetto non lo vogliamo nemmeno vedere”».
Presidente, qual è il suo rapporto col segretario generale, Titta d’Aste?
«Ottimo, dal punto di vista personale e professionale. A volte avrei voluto che avesse un atteggiamento più dinamico e più operativo, ma non sempre le cose possono andare alla velocità delle idee».
Lei sostiene di lasciare il porto “senza rimpianti”. Se le chiedessero di ripetere l’esperienza in un’altra città accetterebbe?
«Senza offendere nessuno: dopo avere governato Genova difficilmente troverei gli stimoli giusti in un altro porto. Da lunedì penserò a cosa fare. Alcuni scenari si stanno delineando. Non mi dispiacerebbe, per esempio, collaborare con questo governo sui temi della portualità, ma non c’è nulla di definito. Anche l’àmbito privato potrebbe essere una soluzione. Oggi voglio solo ringraziare Genova per la straordinaria opportunità che ha offerto a uno spezzino come me e per l’affetto che mi ha regalato in questi giorni».
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