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la maxi inchiesta in liguria

Dal porto alla politica: la vita in pressing di Aldo Spinelli | Il ritratto

Quella per la mega-banchina container al Terminal Rinfuse è stata la sua ultima grande battaglia. Nessuno è mai riuscito a fermare Spinelli, forte della regola genovese che “chi no cianze no tetta”

di Alberto Quarati
Aggiornato alle 3 minuti di lettura

Spinelli, primo da destra, al tavolo con Toti

 

Genova – C’è una vecchia registrazione del 1994 nell’archivio di Primocanale in cui Aldo Spinelli, quasi uguale ad adesso, conversa con un Silvio Berlusconi versione presidente del Consiglio prima maniera: «Sa, le darei del tu, ma nel ruolo che ricopre non me la sento» dice Spinelli. Il fondatore di Forza Italia gli risponde che il “lei” gli è dovuto per meriti calcistici, facendogli un po’ pesare il fatto che lui è presidente del Milan e l’altro del Genoa.

Spinelli incassa e senza perdere né sorriso né bonomia parte all’attacco: «Da sostenitore al 100% di Forza Italia (tre anni dopo sarebbe stato eletto consigliere comunale con il Pri, ndr) dal suo governo mi sarei aspettato un po’ di più di attenzione verso le piccole e medie imprese, una cosa che sinceramente non ho visto» dice mentre asfalta uno dei cardini della politica del premier.

È la grandezza di Spinelli: anche mentre sferra l’ennesimo colpo di grazia, riesce sempre a passare un po’ per la vittima, un umile che spesso lotta anche per i più deboli. E in parte è davvero così: quando combatte per ottenere i suoi 30 anni di concessione al Rinfuse (salvo poi volerselo trasformare in terminal container in barba alle regole e portandosi il presidente del porto al casinò) invoca avvocati e procura. Ma in realtà i suoi colpi sono micidiali: è l’arte genovese del chi no cianze no tetta, se non piangi non poppi il latte di mamma. Spinelli cianze, tetta e diventa sempre più forte.

Lo sa bene chi ha provato a tirarlo via dalle aree di Cornigliano. Siamo nei primi anni Duemila: il centrosinistra regnante in ogni angolo della Liguria decide che ci vuole una cittadella hi tech per Genova. Pare che al progetto sia interessato lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. La scelta cade sulla collina degli Erzelli, lì dove nei primi anni Ottanta Spinelli aveva insediato il suo prezioso fortino di container vuoti, pronti per essere messi al servizio del porto. Sospettato di aver comprato per poco e rivenduto per tanto («ma non è vero - dirà alla Stampa due anni dopo - solo a Biasotti ho dato 53 miliardi di lire, perché possedeva due aree che mi servivano per completare l’operazione») l’imprenditore viene spostato su parte della zona nella quale fino a un anno prima sorgeva l’altoforno dell’ex Ilva. Spazi pregiatissimi, attaccati al porto. Li avrebbe dovuti lasciare nel 2013 all’Autorità portuale, dovevano diventare un autoparco per sgravare l’area della città intorno allo scalo dal traffico dei Tir. L’ultima proroga della concessione è al 2025, anche se per il Consiglio di Stato Spinelli avrebbe occupato abusivamente le aree fino al 2020. Il rinnovo della concessione fu definito dall’imprenditore «una vittoria di Pirro. Abbiamo vinto la seconda gara ma il canone è raddoppiato - dice a Telenord -. L’abbiamo fatto per salvare i nostri lavoratori». Ma è nel risiko delle concessioni in porto che Spinelli è diventato leggendario: «Se ci arriva sopra lui, non lo muovi più, nemmeno con le bombe» è la sentenza di chi lo conosce bene.

Tra le banchine è tutto un rincorrersi di leggende su piccole aree rubacchiate di qua e di là nel caos imperante del porto, confini magicamente lievitati dopo questo o quel cantiere del Programma straordinario, aree asfaltate prima ancora che vengano date in licenza, new jersey a divisone tra un terminal e l’altro spostati di cinque centimetri a notte. Sempre, se è successo davvero, sotto lo sguardo nella migliore delle ipotesi distratto della gestione Signorini. Si dice che nella desolata pampa portuale che si stende nella zona del Terminal Rinfuse ci fosse un triangolino di terreno occupato da Aldo Spinelli, che in realtà apparteneva al vicino terminal Bettolo di Msc. E che nelle vorticose trattative per decidere come e se dividere le aree in vista della futura mega-banchina container, a un certo momento Spinelli avesse provato a vendere proprio a Msc.

Ed eccolo Spinelli, nel 2015, che guida il fronte dei terminalisti. Luigi Merlo, allora presidente del porto, non vuole rinnovare le concessioni delle banchine, di lì a poco in scadenza. Dal 1994 la legge portuale attende il regolamento sulle concessioni (che sarebbe arrivato a fine 2022, quando anche l’ultimo bue era già scappato dal recinto). Così Merlo prima di esaminare i rinnovi chiede lumi al ministero: ci sono in ballo milioni di investimenti e il controllo sulle aree da parte degli operatori per i futuri decenni. Ma Spinelli ha fretta: «A Spezia fanno rinnovi per 50 anni, a Trieste le hanno rinnovate per 60, anche a Savona hanno fatto le proroghe - sbotta in un’intervista a La Repubblica -. Genova non può essere l’ultimo porto, Merlo è ormai in scadenza e il rischio è che perdiamo altri sei mesi, ai quali si aggiungono i tempi dei permessi burocratici. Io per avviare i lavori ho dovuto chiedere ben sei permessi, in questo modo come faccio a investire se non ho la garanzia della continuità? Io in 12-13 anni abbiamo investito fra i 70 e gli 80 milioni di euro, eravamo in 18 e ora siamo in 150».

Da sempre rivendica di avere il terminal più piccolo con la maggiore resa di traffico per metro quadro, forte però del business dei container vuoti e di un puzzle di aree logistiche appena fuori dal porto a suo servizio, accumulate anno dopo anno, tra licenze temporanee (come le cinque sul Carbonile ex Enel) e battaglie al Tar.

Col caso Rinfuse, che per Spinelli è davvero il coronamento di una vita in trincea, l’imprenditore dà il meglio di sé. È l’ultima battaglia, alimentata dal fatto che la nuova Diga foranea, sognata per decenni, si fa davvero. Invita pure il vecchio governatore ligure Claudio Burlando sullo yacht con l’imprenditore “nemico” Giulio Schenone per far ingelosire Toti (riuscendoci), punta addirittura al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per far inserire i 170 milioni di probabili investimenti per il nuovo terminal «nel Prrr, Pnrr, come cazzo si chiama». Insomma un cianto a dirotto, ma chissà se stavolta a o Scio’ Aldo gli riesce di tettà. —

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