Catani: "Il governo non può abbandonare i traghetti italiani" / L'INTERVISTA

"Stimiamo che il trasporto combinato merci-passeggeri perderà fra il 50 e il 70% del fatturato 2020. Un impatto abnorme, che Gnv ha affrontato da sola con i suoi dipendenti. Se non abbiamo mai smesso di lavorare, vorrei dirlo con grande forza, è perché siamo un pezzo infrastrutturale del Paese"

di Francesco Ferrari

Genova - "A febbraio avevamo finalmente chiuso, dopo anni di intenso lavoro, dodici mesi in salute e in pieno equilibrio economico", racconta con comprensibile amarezza Matteo Catani, amministratore delegato di Gnv. Il tempo di festeggiare quel risultato, per la compagnia di traghetti basata a Genova, non c’è stato. "Ci siamo trovati dall’oggi al domani a gestire la chiusura totale del trasporto passeggeri e l’azzeramento del fatturato prospettico. Il Covid ha avuto un effetto dirompente, che però non ci ha impedito di continuare a trasportare merce a servizio delle filiere, delle isole, delle comunità che vivono grazie ai traghetti. Abbiamo utilizzato le nostre navi, in collaborazione con la Farnesina, per rimpatriare centinaia di connazionali bloccati all’estero. E abbiamo rifocalizzato l’attività su servizi non standard, come la nave ospedale di Genova". Il cui contratto a valore simbolico (1 euro al giorno) scadrà il 20 giugno e, anticipa Catani, "non è previsto alcun rinnovo. La situazione epidemiologica, per fortuna, è in netto miglioramento".

Quanto costerà la pandemia al settore traghetti?
«Stimiamo che il trasporto combinato merci-passeggeri perderà fra il 50 e il 70% del fatturato 2020. Un impatto abnorme, che Gnv ha affrontato da sola con i suoi dipendenti. Se non abbiamo mai smesso di lavorare, vorrei dirlo con grande forza, è perché siamo un pezzo infrastrutturale del Paese. Siamo un’azienda con 1.800 dipendenti, l’85% dei quali italiani, trasportiamo ogni anno 2 milioni di passeggeri e 2 milioni di metri lineari (di veicoli e trailer, ndr). Purtroppo il trasporto merci, da solo, non copre i costi di gestione e il settore passeggeri sconta ancora un forte ritardo. La verità è che il settore traghetti è stato dimenticato, laddove altri segmenti come l’aereo, il ferroviario e il trasporto pubblico locale sono stati sostenuti».

Nei giorni scorsi l’Ue ha dato il via libera al pacchetto di aiuti, 600 milioni in tutto, della Finlandia al trasporto marittimo. Nella motivazione Bruxelles ha sottolineato che sostenere i collegamenti via mare non è solo un diritto, è anche un dovere dei Paesi. L’Italia cosa sta facendo?
«Sta aiutando, appunto, aerei e treni. Dimenticando che noi rappresentiamo l’infrastruttura più efficiente dal punto di vista economico e più rispettosa dell’ambiente. Se così non fosse, non esisterebbero gli incentivi agli autotrasportatori che scelgono le autostrade del mare».

Che cosa chiedete al governo?
«Siamo stati travolti da uno tsunami senza precedenti e chiediamo una risposta di sistema. Senza effetti distorsivi sulla concorrenza, sia chiaro. Da parte della ministra De Micheli abbiamo avuto un’apertura importante sull’utilizzo di future risorse europee, su cui tuttavia non vi sono ancora certezze e che rischiano di arrivare troppo tardi. Chiediamo quindi al governo di dare una prima risposta concreta utilizzando le risorse del Registro internazionale - inutilizzate a causa della crisi - per sostenere la continuità aziendale e il patrimonio di conoscenze delle imprese italiane altrimenti destinate a ridimensionarsi. Del resto, si tratta di risorse che normalmente vengono impiegate proprio a tutela dei lavoratori italiani».

Basterebbe questo per arginare la crisi?
«Diciamo che in questo modo si potrebbe mitigare l’impatto di costi oggettivamente insostenibili. Si tratterebbe, poi, di un riconoscimento verso chi non si è mai fermato e ha garantito sostegno e occupazione a interi territori. Un segnale per noi incoraggiante».

©RIPRODUZIONE RISERVATA