Spinelli compie 80 anni. "Il periodo più bello? Quello del Genoa"

"Ci sono arrivato in salute e con energia da vendere, grazie a Dio e soprattutto al lavoro. Nella vita bisogna lavorare, lavorare, lavorare"

Da sinistra: Alessandro Pitto, Aldo Spinelli e Stefano Messina

di Gilda Ferrari

Genova - Aldo Spinelli, fondatore e presidente del gruppo di logistica Spinelli, compie 80 anni domani. Li festeggerà al Grill di Montecarlo, ristorante con terrazza all’ottavo piano dell’Hôtel de Paris, «insieme alla famiglia e ad alcuni amici cari».

Ottanta sono un bel traguardo.
«Ci sono arrivato in salute e con energia da vendere, grazie a Dio e soprattutto al lavoro. Nella vita bisogna lavorare, lavorare, lavorare».

Era il 1963 quando, firmando cambiali, rilevò la Almea, una piccola azienda di trasporto milanese.
«Eravamo in tre, io e due dipendenti. Lavoravamo 20 ore al giorno. Oggi siamo 900, lo dico con orgoglio e soddisfazione, ringraziando mia moglie, mio figlio e tutti i miei collaboratori».

Quanti anni aveva quando ha cominciato a lavorare?
«Diciassette, sono andato a navigare sulle navi di Ravano. Poi ho fatto 26 mesi di Marina Militare, e dopo ancora ho comprato l’azienda».

L’Italia è ancora una Repubblica fondata sul lavoro, come dice la Costituzione?
«Deve esserlo. Senza un lavoro non programmi la vita e non hai un futuro. Quando vado all’estero vedo un sacco di italiani che lavorano in tutti i settori. Il lavoro bisogna andarselo a cercare, non si può vivere di sussistenza».

Il reddito di cittadinanza?
«Una cosa sbagliatissima. Con quei soldi bisognerebbe aiutare i pensionati che campano con 500 euro al mese perché magari hanno lavorato poco, male e senza contributi versati».

Lei ha ceduto circa la metà del gruppo al fondo Icon.
«Il 45%. Nonostante fossimo grandi, non lo eravamo abbastanza per andare a lavorare su altri mercati all’estero. Con la globalizzazione è così: con mille dipendenti sei piccolo, devi diventare più grande».

Potrebbe cedere altre quote ad Icon?
«Nel modo più assoluto no. Finché ci sono io è più facile che compriamo piuttosto che vendere. Un conto è cedere una quota di minoranza, altra cosa è cedere la maggioranza o tutto».

Il suo rapporto con Paride Batini e quello con Antonio Benvenuti?
«Con Batini avevo un rapporto più che ottimo, abbiamo anche fatto qualche partita a scopone. Benvenuti è una grande persona, ma non ha il carisma di Batini. Per capire cosa era Batini bisogna vedere il film Il fronte del porto con Marlon Brando».

Da operatore portuale, meglio il sindaco Bucci o Doria?
«Da uno a cento, cento Bucci e uno Doria. Doria non ha fatto niente, mi spiace dirlo perché è un bravo professore, ma ci ha fatto perdere anni. E con le tragedie che abbiamo avuto recentemente – dal Morandi alle mareggiate – per fortuna avevamo Bucci e il governatore Toti. La strada alternativa che va dall’aeroporto al porto è stata fatta in una settimana, senza quella il porto sarebbe morto».

C’è un collega con cui non riesce proprio ad andare d’accordo?
«Giulio Schenone. Continuiamo a farci una guerra inutile e assurda, è così. Noi non abbiamo mai cercato avvocati, ma se ti ci portano devi controbattere. Schenone sì che ha venduto agli stranieri: il 95% del terminal, una cosa che non era nemmeno sua».

Crede ci sarà modo di aggiustare il rapporto nel 2020?
«Mi auguro di sì, d’altronde non c’è motivo di non farlo».

È vero che è nata un’amicizia con l’armatore Gianluigi Aponte?
«Amicizia è una parola grande. Diciamo che sono 22 anni che collaboriamo. Lui mi ha chiesto di entrare nel terminal Rinfuse, io gli ho dato una quota del 45% e insieme abbiamo risollevato quell’azienda. Adesso l’attività ha raggiunto l’autosufficienza».

In futuro potranno esserci nuove collaborazioni con Aponte?
«Rinfuse e Bettolo sono attaccati, la collaborazione potrebbe crescere».

Pensa sempre che l’operazione Erzelli sia stata la peggiore della sua carriera?
«Confermo. Noi avevamo una giacenza media settimanale di 20-22mila contenitori e adesso siamo passati a 8-9mila. Il porto ha perso il 20% dei vuoti sui quali si faceva manutenzione, qui, a Genova, prima che venissero smistati verso Lombardia, Emilia e Veneto».

Era amico di Giovanni Berneschi?
«Lo ero e lo sento ancora. Berneschi ha fatto degli errori, nessuno può negarlo, ma ha sostenuto le imprese durante la crisi per salvare posti di lavoro».

Lei che ne pensa di Carige?
«Noi vecchi azionisti abbiamo perso soldi che non recupereremo mai più. Ma se oggi la banca è viva è anche grazie al nostro sacrificio».

Ha sottoscritto l’ultimo aumento di capitale?
«No, nessuno di noi vecchi azionisti lo ha fatto. Tutti insieme avremmo raggiunto un 8,5%: un valore che non dice niente».

Davide Nicola, suo giocatore e allenatore, è appena arrivato al Genoa.
«Ho sempre mantenuto rapporti con Nicola, è un allenatore bravo e ha grande personalità. Preziosi ha fatto una scelta azzeccata. Poi è chiaro che devi dargli anche l’orchestra, qualche giocatore buono... L’allenatore incide per il 60-70%, ma senza giocatori può fare poco».

Che ricordi ha del Genoa di cui è stato presidente?
«Mi ricordo i sogni belli del ’91-’92. Sono stati gli anni più belli della mia vita. Diventare presidente del Genoa era il mio sogno. Così come lo era diventare il presidente del terminal contenitori del porto. E il presidente dell’Autostrada del Frejus. Ho realizzato tutti i miei sogni».

Un sogno che ancora vorrebbe realizzare?
«Vorrei vivere abbastanza per vedere la nuova diga foranea di Genova. Non è un sogno per me, è per la città, perché tutti i grandi armatori hanno programmato navi da 300 metri e oltre: senza la diga non si può stare. Il progetto c’è, io mi auguro che quest’anno venga appaltata la prima fase di lavori. Nei prossimi anni il porto di Genova dovrà fare concorrenza ai porti del Nord Europa, da Suez le navi passano tutte davanti a Genova prima di andare lassù».

Riprendersi il Genoa, no?
«No, la mia famiglia è contraria. Ma se salva la squadra in A, Preziosi bisogna tenerselo stretto perché di imprenditori del calcio, italiani, non ce ne sono».

Genova può permettersi due squadre in A?
«Sì, anche se indubbiamente il bacino di pubblico si è ridotto. Bisogna sostenerle entrambe. Lo spirito degli ambasciatori di Genova è far tornare la popolazione sui 650-700mila abitanti».

Roberto Macini ct della Nazionale?
«Eh, Mancini è bravo. È uno dei migliori allenatori europei ed era purtroppo un grande giocatore. Noi abbiamo quasi sempre perso contro la Sampdoria di Vialli e Mancini. E poi lui ha rinunciato ai 12 milioni l’anno dello Zenit per venire in Italia. Tanti pensano solo agli ingaggi, lui no, questo gli fa onore, anche se è sampdoriano».

Ferrero si è più fatto vivo?
«No, e obiettivamente non abbiamo niente in comune».

C’è qualcosa che non è andato in porto nella sua vita?
«Il mio rammarico è non avere studiato l’inglese. Avevo comprato casa a Londra nell’82 per studiarlo, non ci sono mai andato. Quando sono a cena con i miei armatori mi sento davvero piccolo piccolo. Per fortuna ho fatto studiare mio figlio, che mi aiuta».

Perché non è andato a Londra a studiarlo?
«Lavoravo. Avevo sempre da lavorare. Il mio rammarico è talmente grande che ai miei dipendenti faccio fare corsi di inglese pagati dall’azienda perché tutti possano impararlo. E io non riesco a farne nemmeno uno: sono indolente, mi sono arreso, non ce la faccio».

La si vede comprare panini in un noto bar del centro per i suoi dipendenti.
«Lo faccio regolarmente, il sabato e la domenica, da vent’anni, perché in porto è tutto chiuso. Secondo me l’azienda deve sostenere i suoi lavoratori. Vado volentieri e mi diverto: c’è chi vuole il panino in un modo, chi in un altro, la pizza in dieci modi diversi».

Domani quanti sarete a Montecarlo?
«Dieci o dodici, pochi. Solo la famiglia e gli amici cari».

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