Coronavirus, a pagare il prezzo dell’emergenza non deve essere la logistica italiana / IL COMMENTO

Genova - I dati economici sono ormai noti e incontestabili: le ripercussioni sui traffici marittimi sono ormai tangibili. Le principali alleanze del settore container hanno cancellato innumerevoli partenze di navi

di Gian Enzo Duci*

Genova - I dati economici sono ormai noti e incontestabili: con una quota rilevante della produzione industriale cinese in stand by, con una importante percentuale di forza lavoro fuori gioco anche nella filiera della logistica della Repubblica Popolare Cinese, le ripercussioni sui traffici marittimi sono ormai tangibili. Le principali alleanze del settore container hanno cancellato innumerevoli partenze di navi sulla rotta che collega i porti cinesi con il resto del mondo e le navi che viaggiano lo fanno con fattori di riempimento delle navi inferiori al 70%.

In questi giorni si è stabilito il record negativo di navi portacontainer in temporaneo disarmo e persino il lanciatissimo settore crocieristico vede peggiorare per la prima volta dopo molti anni le prospettive, essendo costretto a navigare a vista sotto la spada di Damocle di eventuali contagi a bordo.

E ciò anche prendendo in considerazione i fondamentali di un’industria del trasporto marittimo che ormai da oltre 10 anni opera sulla lama del rasoio che delimita perdite e insostenibilità degli oneri finanziari assunti sull’aspettativa di un miglioramento, e dall’altra un oceano di instabilità economica, gestionale, finanziaria e operativa. A peggiorare ulteriormente la situazione di certo sta contribuendo anche una gestione della comunicazione che sul Coronavirus ha avuto un andamento contraddittorio e inspiegabile conoscendo negli ultimi giorni in Italia un acme di allarme e di allarmismo. Ai danni derivanti quindi dall’epidemia e dal rallentamento dell’economia cinese, ma anche di tutta l’economia mondiale, tendono a sommarsi per l’Italia, anche le conseguenze di outing eccessivi sul rischio virus nel nord del Paese.

Se come sempre accade le reali dimensioni dell’epidemia si conosceranno, forse, solo fra anni con interi continenti come l’Africa che a oggi sembrano esenti dal contagio e con aree geografiche a grande importanza geopolitica del Medio Oriente (vedasi Iran) dove l’impatto del virus appare essere più devastante che altrove, si pongono oggi due interrogativi cogenti. Interrogativi, ovviamente al di là di quelli che riguardano il contenimento nella diffusione del Coronavirus. Il primo è relativo alla gestione della comunicazione. A titolo di esempio sarebbe il caso di ricordare le conseguenze devastanti derivate dalla convinzione che, con il crollo del ponte Morandi, il porto di Genova fosse diventato una destinazione irraggiungibile e la città fosse del tutto isolata.

Solo una campagna energica condotta in prima battuta dalle amministrazioni locali, in primis il sindaco, impedì che una realtà virtuale e per certi aspetti una gigantesca fake news assumesse le caratteristiche della realtà oggettiva e condannasse davvero città e porto. Sulla comunicazione è necessario rapidamente raddrizzare il tiro.

Il che non significa nascondere la realtà dei fatti ma affrontarli in modo meno emozionale e meno esteriorizzato, come ad esempio sta accadendo in Germania, paese che vanta rapporti e scambi molto più intensi di quelli italiani con la Cina, ma che si è limitata a denunciare, attraverso il suo ministro alla Sanità “un boom di influenze” in atto nel Paese. Il secondo grande tema è quello relativo a cosa accadrà nel medio e lungo periodo.

Di certo il Coronavirus ha messo in crisi o sta mettendo in crisi un modello di economia globale, che, certo sopravviverà all’epidemia e quindi all’emergenza ma che molto probabilmente dovrà prevedere in settori strategici una revisione radicale dei propri processi che accentuerà il reshoring di varie attività industriali nei paesi sviluppati. Quel nord ovest italiano che oggi si trova a far fronte al black out nella supply chain e a uno shortage di componentistica prodotta in molti casi in Asia potrebbe beneficiare nel medio termine di questa opportunità. La logistica e i nodi logistici come il porto di Genova dovranno svolgere un ruolo centrale nel ridisegno di un’economia globale che dimenticherà a fatica il Coronavirus. E di certo non lo dimenticheranno le funzioni di risk management delle aziende che dovranno ripensare le formule relative alle catene logistiche inserendo nuove variabili rispetto alle logiche a cui ci ha abituato l’economia globale.

*Presidente di Federagenti, la federazione nazionale degli agenti e mediatori marittimi italiani

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