"Alla logistica mancano 12 mila camionisti ucraini"

Nel mondo, i Paesi che hanno sanzionato la Russia sono il 19% del totale, ma valgono il 59% della produzione economica. L’altro 41% continua a fare affari con Mosca, Cina e India in primis, mentre il Cremlino ha messo in campo le proprie contromosse economiche

di Alberto Quarati

Genova - Nel mondo, i Paesi che hanno sanzionato la Russia sono il 19% del totale, ma valgono il 59% della produzione economica. L’altro 41% continua a fare affari con Mosca, Cina e India in primis, probabilmente andando verso un aumento della propria quota di business, mentre il Cremlino ha messo in campo le proprie contromosse economiche verso i Paesi che hanno avviato le sanzioni. Quali sono gli impatti sulla logistica in Italia dopo quasi due mesi di guerra? "Le prime risultanze di questo scenario - dice Lucia Iannuzzi, fondatrice della società di consulenza Ctrade all’incontro organizzato da Assologistica per fare il punto della situazione - evidenziano un effetto domino. In un momento in cui il mondo dei trasporti era già alle prese con il caro-gasolio e la mancanza di personale, è venuta meno la forza lavoro dall’Ucraina, uno dei maggiori Paesi fornitori di autisti in Europa: si tratta di 12 mila persone in meno che facevano questo lavoro. E oggi sappiamo che la cosa più difficile quando la merce viene scaricata in porto, è trovare un camion che la porti via".

Alle società di trasporto russe è invece inibito il transito in Europa, e anche sotto il profilo del trasporto aereo i costi sono esplosi, perché lo spazio sopra la Russia è chiuso - comportando per i carichi da e per la Cina rotte non lineari e quindi più care. Stesso discorso, almeno in parte, per i collegamenti lungo la Nuova Via della Seta: "Ucraina, Russia e Bielorussia erano terminali importanti di questa rete di infrastrutture dalla Cina all’Europa: è vero che i flussi di merci hanno trovato l’Iran come punto di passaggio, ma è altrettanto vero - dice Iannuzzi - che lungo l’asse più diretto ci si trova con intere opere distrutte, dopo che erano state investite ingenti somme, da parte proprio della Cina e della Russia, per la loro costruzione". C’è il tema dell’approvvigionamento delle materie prime: "Si provano a sostituire le forniture, ma non sempre è facile: il distretto della ceramica in Emilia per esempio prendeva l’argilla dall’Ucraina. Oggi lavora con una mescola tra le riserve residue e il materiale in arrivo da Germania, Finlandia, Est asiatico ma il prodotto non ha la stessa qualità".

E poi, la selva di regolamenti con cui le aziende e soprattutto i loro spedizionieri devono fare i conti: "Si tratta di un aggiornamento costante, con effetti e novità ogni giorno, man mano che escono i vari pacchetti sanzionatori dell’Unione europea". Per esempio l’elenco dei prodotti di lusso, spiega l’esperta, è lunghissimo e comprende anche elementi che a prima vista non parrebbero così esclusivi: frigoriferi, attrezzi da palestra, persino pannolini. Ma a fare la differenza è il valore: sotto una certa cifra, che a varia a seconda dell’articolo, sono esportabili, al di sopra invece scatta il blocco. L’elemento più insidioso è però quello legato ai singoli individui sotto sanzione: chi ha relazioni con un’azienda russa deve fare attenzione che il soggetto nelle liste europee non figuri né in organico, né tra i dirigenti, né tra gli azionisti: e in Russia non è possibile fare la visura camerale. La Crif - cioè il principale fornitore italiano di informazioni creditizie - ha un database, ma che potrebbe non essere aggiornato. Tutto senza sapere quando potrà finire, ma solo la certezza "che le sanzioni - conclude Iannuzzi - hanno ottenuto effetto solo per un terzo dei casi in cui sono state applicate". —

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