“Il Made in Italy viaggia grazie a noi. Ma oggi cerchiamo 4.000 persone”
“Quella di oggi a Milano non sarà, come spesso è avvenuto in passato, un’assemblea pubblica focalizzata sui servizi o i prodotti. Ma sulle persone». Così spiega Guglielmo Davide Tassone, vicepresidente con delega alle Risorse umane della Fedespedi
di Alberto Quarati
Uno spedizioniere al lavoro
«Quella di oggi a Milano non sarà, come spesso è avvenuto in passato, un’assemblea pubblica focalizzata sui servizi o i prodotti. Ma sulle persone». Così spiega Guglielmo Davide Tassone, vicepresidente con delega alle Risorse umane della Fedespedi, la federazione italiana degli spedizionieri industriali. Guglielmo Davide Tassone
In effetti, il titolo dell’incontro è programmatico: “Le persone al centro. Lavoro, innovazione, cambiamento organizzativo ”: e ce n’è bisogno, per un settore che oggi, dice Tassone, «presenta almeno 4.000 posizioni aperte».
Ma oggi il mestiere dello spedizioniere è conosciuto in Italia?
«Non molto, perché nella percezione comune il mondo dei trasporti è identificato più che altro nella logistica, nei magazzini, nell’autotrasporto. Di quello che si fa negli uffici si sa poco, eppure è proprio da qui che parte l’intera organizzazione del settore. è anche vero che molto spesso le aziende non organizzano solo la spedizione, ma appunto fanno magazzino o trasporto o tutte e due le cose. Insomma, è facile fare un po’ di confusione».
Cosa avete fatto fino ad oggi per farvi conoscere?
«Siamo partiti nel 2021, un po’ provando a farci conoscere con dei video attraverso alcune piattaforme online, ma soprattutto avviando un’analisi di come siamo percepiti esternamente. A livello interno abbiamo raggiunto un accordo per la predisposizione di una piattaforma welfare, e in ultimo siamo arrivati poco tempo fa al rinnovo del Contratto nazionale. Tenga conto che il nostro è un settore eterogeneo, che mette insieme multinazionali e piccole aziende famigliari. Ma pensiamo che se vogliamo essere attrattivi, dobbiamo adeguarci a quello che oggi viene cercato da chi si affaccia sul mondo del lavoro».
Che sarebbe?
«I tempi del posto fisso a qualunque condizione sono finiti. Dobbiamo proporre certamente un buon contratto - e per questo prima del rinnovo abbiamo anche studiato le situazioni di altri settori - ma soprattutto gli elementi di welfare. Oggi ai colloqui non ci viene chiesto se c’è la possibilità o meno di fare lo smart working, ma direttamente quanti giorni alla settimana o al mese sono disponibili con questa modalità di lavoro. Poi, più in generale, il welfare: non era facile studiare una soluzione comune, considerato che appunto il nostro settore è eterogeneo, ma ci siamo riusciti».
Ma al di là di questi aspetti diciamo così negoziali, perché oggi una persona dovrebbe fare lo spedizioniere?
«Beh, diciamo che ci sono vari elementi. A me piace dire che il nostro settore è ancora un po’ il Far West: puoi raggiungere posizioni molto importanti in azienda anche se non hai tre lauree e due master. Conta solo la voglia di lavorare e mettersi in gioco. Oggi ci sono fior di manager che sono partiti dal basso, e si sono costruiti una grande carriera. Poi c’è l’orgoglio: noi non siamo solo quelli che importano quello di cui il Paese ha bisogno per funzionare, a partire dalle materie prime e dai semilavorati per l’industria. Siamo anche quelli che con il loro lavoro permettono al Made in Italy di andare in giro per il mondo, che garantiscono quindi la funzione dell’export così importante per l’economia del nostro Paese. Poi è chiaro che ci vuole un po’ di attitudine. Il nostro lavoro è per la maggior parte risolvere problemi. Il viaggio della merce inizia sempre allo stesso modo, ma poi c’è sempre qualche imprevisto, qualche incognita. Se ti piace trovare soluzioni, essere un po’ creativo, questo lavoro può essere davvero gratificante».
Nella formazione delle persone, al Transport Logistic di Monaco è stato presentato il caso di un’azienda che sostanzialmente simulava un ambiente critico e metteva il tirocinante a risolverlo. Anche in Italia è diffusa questa pratica?
«Nelle aziende più grandi a volte sì. Però molto spesso la formazione migliore arriva con la pratica. È lì, come penso un po’ in ogni mestiere, che poi una persona comprende se quella è davvero la strada che vuole seguire».
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