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«La mia fortuna? È iniziata con un pacco di cambiali» / L’INTERVISTA

Genova - Aldo Spinelli a ruota libera: la famiglia, gli affari, il calcio, la vanità.

Gilda Ferrari
2 minuti di lettura

Genova - «Se ho mai fatto pazzie? Per tenere Tomás Skuhravy rinunciai a 27 miliardi di lire». Aldo Spinelli è una calcolatrice vivente. Quando parla di sé segna a penna i numeri sul foglio bianco, poi li somma, li sottrae, li divide, li sottolinea.

Mi racconti la sua famiglia.
«Mamma Carmela era casalinga, papà Roberto nostromo. In casa eravamo 4 fratelli. Col grande non parlo da 30 anni. Il piccolo è morto che ne aveva 38. Carmelo, il medio, lavora con me».

Come suo figlio Roberto, che ha il nome del nonno.
«Papà era imbarcato sulla Bonitas dell’armatore Ravano, quando la nave naufragò al largo della Virginia: era il 1958. Morirono in 22: papà aveva 42 anni, io 18».

Ed era imbarcato su una petroliera davanti all’Iran.
«Spinelli - mi disse il comandante - non andiamo più a Rotterdam. Andiamo a Pegli. Ti portiamo a casa perché papà tuo è morto».

Quanto le è mancato?
«Quando tuo padre è navigante la mancanza è una cosa strana... In 18 anni di vita lo avrò visto un anno, sommando tutte le volte».

Lei voleva entrare nei Rimorchiatori Riuniti e finì col rilevare la Almea.
«Era una piccola azienda di trasporto di un milanese, ci andai a lavorare perché il direttore era un amico. Andava malissimo. Iniziai a metterci soldi miei».

Aveva denaro?
«Ravano era stato vergognoso, a mia madre aveva mandato un assegno di 4.800 lire che gli riportai indietro. Ma gli americani ci avevano risarcito bene. Per rilevare Almea mi mancavano 6 milioni. Tornai da Ravano, mi fece un foglio da portare alla Banca Commerciale Italiana per un prestito. Arrivato là mi chiesero garanzie, io guardai il foglio e scoprii che era solo una lettera di presentazione».

Finì col fare cambiali.
«Ottocentomila lire al mese: un pazzo incosciente».

Per prima cosa cambiò il nome alla ditta?
«E il colore dei camion: li feci gialli, perché era chiaro che l’azzurro portava sfiga».

Leila, sua moglie, ha sempre lavorato. Non avrebbe preferito stesse a casa?
«No. Secondo me, se fai la casalinga invecchi prima».

Vogliamo parlare del suo amore per il calcio? Prima il Genoa, ora il Livorno.
«Il calcio ti dà popolarità, questo mi piace, ma la mia è soprattutto una passione. Ho giocato al pallone sino a 17 anni. Ho smesso solo perché non si guadagnava».

Il suo è stato il Genoa quarto in classifica, in semifinale Uefa contro l’Ajax.
«Purtroppo l’anno che la Samp vinse il campionato».

Ha mai fatto una follia?

«Belin!, per la squadra più di una. Per tenere Tomás Skuhravy rinunciai a 27 miliardi di lire. L’anno dopo andai a Tokyo, dove avrei dovuto venderlo per 12 miliardi: sull’aereo bevve di tutto, perdemmo quattro a zero e i giapponesi non lo vollero più comprare».

Lei si gode la vita?
«Molto. Con mia moglie andiamo alle terme, al mare in Sardegna, a Montecarlo».

Ostriche e champagne?
«Preferisco la focaccia al formaggio e sono astemio»

È vanitoso?
«Mi piace essere ordinato. Non so farmi la barba da solo. Vado dal barbiere 4 o 5 volte la settimana. Faccio mani e piedi ogni 15 giorni».

Una fissazione?
«Già. Ho pure un barbiere che apre per me il lunedì».

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